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New York valuta l'arresto di Netanyahu: il sindaco Mamdani tra mandato della CPI e limiti legali
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New York valuta l'arresto di Netanyahu: il sindaco Mamdani tra mandato della CPI e limiti legali

Il sindaco Mamdani valuta l'arresto di Netanyahu se verrà all'ONU di settembre, in seguito al mandato della CPI. Reazioni contrastanti tra politica italiana e diritto internazionale.

La Redazione ·19 luglio 2026 10:57 ·3 min di lettura

In una mossa che ha scosso la diplomazia internazionale, il sindaco di New York Zohran Mamdani ha annunciato che la sua amministrazione sta valutando con attenzione la possibilità di arrestare Benjamin Netanyahu qualora il primo ministro israeliano si recasse a New York per la prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite di settembre. La dichiarazione, rilasciata in un'intervista al New York Times, non è un semplice atto retorico ma si fonda su un fatto giuridico concreto: la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato di arresto contro Netanyahu alla fine del 2024, accusandolo di crimini contro l'umanità legati alla guerra in Gaza. Mamdani non esita a definire il premier israeliano un criminale di guerra, sottolineando che l'opinione di doverlo processare all'Aia è condivisa da molti a causa delle conseguenze devastanti delle sue azioni negli ultimi anni[1][3].

Tuttavia, la strada verso un eventuale fermo non è priva di ostacoli legali. Il sindaco stesso ha riconosciuto l'incertezza riguardo alla sua autorità legale per ordinare al Dipartimento di Polizia di New York di fermare un leader internazionale, precisando che non è un'autorità giudiziaria e che i mandati di arresto sono di competenza dei magistrati federali[2]. Per questo motivo, è in corso un dialogo attivo con l'ufficio legale della città per determinare se le forze di polizia possano effettivamente agire su un mandato della CPI. La posizione di Mamdani è chiara e ferma: "Faremo tutto ciò che la legge ci consente di fare a New York, ma non scriveremo le nostre leggi a tal fine"[1][5].

Le dichiarazioni del sindaco americano hanno generato un forte dibattito, con reazioni che attraversano l'intero spettro politico, anche in Italia. Da un lato, Stefania Craxi, presidente dei senatori di Forza Italia, ha criticato con forza la mossa, descrivendola come una deriva demagogica pericolosa che rischia di compromettere la funzione stessa dell'ONU come luogo di confronto universale. Craxi sostiene che le Nazioni Unite nascono per dialogare tra soggetti diversi, anche in conflitto, e che l'arresto di un capo di governo durante l'Assemblea generale potrebbe chiudere gli spazi dell'incontro, lasciando solo quelli della contrapposizione[1].

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Dall'altro lato, Angelo Bonelli, deputato AVS e coportavoce di Europa Verde, ha ribattuto con decisione, affermando che chi ha in realtà demolito il diritto internazionale è Netanyahu, non Mamdani. Bonelli ricorda che Netanyahu ha violato decine di risoluzioni ONU, bombardato ospedali e schools, e portato avanti una politica che ha causato la morte di migliaia di palestinesi. Per Bonelli, il rispetto di un mandato di arresto non significa delegittimare l'ONU, ma affermare il diritto internazionale contro il diritto del più forte che usa le armi[1]. La tensione è tale che già nel 2025 la congressista Eliot Stefanik ha guidato l'approvazione di un bill per proibire a Mamdani di eseguire mandati della CPI, cercando di precludere alle forze di polizia locali di honorare tali ordini senza autorizzazione federale[7].

La questione si inserisce in un contesto dove Mamdani, eletto con oltre il 50% dei voti, si è posizionato come un paladino del progressismo mondiale, dichiarando che New York applicerà le decisioni della Corte Penale Internazionale. Se Netanyahu o altri leader come il presidente russo Putin si recassero a New York, il sindaco ha ribadito che sarebbero tutuklayacağını (tutelati/arrestati), segnando una rottura netta con la tradizione di immunità diplomatica che ha spesso protetto i leader in visita alle sedi ONU[6][8].

In definitiva, la mossa di Mamdani rappresenta un test cruciale per l'equilibrio tra giustizia internazionale e prassi diplomatica. Mentre la città che ospita il quartier generale delle Nazioni Unite prospetta l'arresto di un capo di governo, il mondo si chiede se questo atto possa trasformare l'ONU da luogo di dialogo a teatro di scontro giudiziario, o se, al contrario, possa segnare un passo verso il rispetto effettivo delle norme internazionali contro i crimini di guerra.

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